storia e tradizioni

storia

La sveglia ad un paese tranquillo come Monno l’ha data sicuramente la TV il 3 giugno 1990, con una diretta televisiva della tappa del Giro d’Italia che affrontava per la prima volta la salita del Mortirolo, sulla strada appena collaudata. Da allora il desiderio di visitare i luoghi di queste imprese ha spinto moltissima gente a scoprire una valle e un paese rimasti un po’ isolati per lungo tempo.

Il posto prima era più noto ai seguaci di Diana o ai villeggianti in cerca di tranquillità o agli amanti della buona cucina locale. Proprio per la ubicazione un po’ isolata del paese, lontano dalle strade più   frequentate, i monnesi sono sempre stati considerati un po’ dei “conservatori”, strettamente legati alle loro tradizioni. Il nome di Monno da molti è fatto derivare dal greco “monos”, cioè “unico, solo”, riferito al fatto che è l’unico paese sito nella valletta del Mortirolo. Forse però deriva solo da “monte”, in celtico “men” e in latino “mons”. E anche il soprannome “gatti”, che hanno appioppato ai suoi abitanti, forse deriva solo da “gat”, antico nome che significa “passaggio”.  Molti fanno risalire invece il nome ad “Amon”, dal leggendario duca longobardo che avrebbe eretto in paese il castello e poi combattuto contro Carlo Magno.

Le origini del paese sono incerte secondo vari storici, che tendono ad ipotizzare la presenza di un primo nucleo di case vicino alla chiesetta di San Brizio, che era facilmente solo un ospizio posto sulla vecchia strada Valeriana, costruita dai Romani. Si deve credere infatti che in quel periodo ci fosse un transito di pellegrini per Roma e la tradizione vuole che il paese vi sorgesse attorno. Sarebbe poi stato distrutto dal torrente Mortirolo e ricostruito più in alto, dove si trova attualmente.

Le prove documentarie risalgono al 1032 quando il Vescovo di Brescia Ulderico con un decreto concede agli abitanti di Monno, Incudine, Vione e Vezza d’Oglio di farsi battezzare e confermare nella chiesa di S. Giovanni Battista in Vezza. Solo nel XIV secolo Monno ottenne il proprio battistero e la chiesa di S. Brizio divenne parrocchiale. Come tutti i paesi dell’Alta Valle, anche il suo territorio era soggetto ai canoni dovuti prima al Vescovo di Brescia e poi alle decime dei Federici, tenaci ghibellini. Il castello di Monno continuò a svolgere la sua funzione per molti anni, fino a quando nel 1455 Venezia ne ordinò la demolizione e sulle sue rovine venne eretta la nuova chiesa che, dopo vari interventi anche per allungarla, nel 1652 venne dichiarata parrocchiale dal Vescovo Morosini.

Il paese fu in parte avvantaggiato dal fatto di essere ubicato nella valle del Mortirolo, importante passo che facilitava i rapporti commerciali per il suo imbocco verso la Svizzera e la Germania. Indicato sulle vecchie cartine come Mortirol o Montirol, il nome Mortirolo deriverebbe da “mortèra”, dalla forma concava della piana o da “mortarium”, voce del basso latino che significa stagno, ma più facilmente è  riferito a “morti a ruolo”, per la carneficina avvenuta durante la battaglia del 773 tra i Carolingi e i Longobardi. La Repubblica Veneta vi costruì il casello della Sanità e le Foppe, depositi in muratura per custodire il sale che poi prendeva la strada del Nord, fino a Monaco.

La vita dei monnesi fu però contrassegnata per secoli dalla povertà dovuta anche alle varie calamità che dovettero affrontare. Particolarmente funeste furono le carestie del 1348, 1484 e 1815. La peste si abbatté varie volte nel 1500 e nel 1733 fece molte vittime. Tempeste ed inondazioni distrussero varie case, e vengono ricordati con effetti devastanti violenti incendi, specialmente quelli del 1737 e 1843, che distrussero gran parte del paese e quasi tutti i documenti d’archivio. Alle varie sciagure ed alla miseria vennero sempre incontro valide opere di carità, sorte all’ombra della chiesa, come il Monte di Pietà e  molti Legati e Associazioni, attivi ad esempio con la distribuzione del sale (quasi introvabile, ma indispensabile contro le malattie!) e l’aiuto ai poveri.

Opposti eserciti scorrazzarono in Alta Valle e a Monno con alterne vicende, portando la desolazione e lo scompiglio fra la popolazione. Le lotte fra le truppe napoleoniche e quelle austriache nel 1797 e le guerre di indipendenza videro Monno come teatro di scontri, a cui seguirono distruzioni, incendi e saccheggi e le chiese di S. Brizio e di S. Sebastiano vennero adibite a quartier generale o a infermeria dei militari. La prima guerra mondiale interessò il paese per le grandi opere militari: costruzione delle caserme e fortificazioni in Mortirolo, caposaldo come seconda linea dopo il Tonale, e apertura di molte strade militari verso il Castelletto, il Pianaccio, il Motto Pagano e il Passo dell’Aprica. Pesante per il paese il prezzo di vite umane: dei 102 giovani partiti per il fronte, 11 non fecero ritorno.  Duri furono anche gli anni del dopoguerra che videro aumentare l’emigrazione verso i paesi europei, come anche verso l’Ameria e l’Australia, coinvolgendo a volte intere famiglie.

Durante il secondo conflitto mondiale Monno contò 7 caduti e 10 dispersi in Russia, come risulta dal monumento eretto nella piazza del Comune nel 1972, scolpito in un grande blocco marmoreo dal dalignese Maffeo Ferrari. Momenti terribili vissero i monnesi tra il novembre 1944 e il 1° maggio 1945 per le rappresaglie nazifasciste contro le formazioni partigiane delle Fiamme Verdi, saldamente arroccate in Mortirolo, le quali con due epiche battaglie riuscirono a sconfiggere il soverchiante numero di repubblichini, crudeli e ben armati, che li avevano accerchiati. Bisogna rilevare che le Fiamme Verdi uscirono vittoriose anche grazie all’aiuto della popolazione, oltre che per i frequenti aviolanci degli alleati.

Nel periodo fascista il paese visse un’altra disavventura: perse l’autonomia amministrativa e nel 1927 venne aggregato a Incudine.  Con l’impegno degli amministratori che si erano insediati nelle elezioni del marzo 1946, Monno riuscì a riprendersi l’autonomia grazie ad un risultato bulgaro: 13 consiglieri monnesi e solo 2 di Incudine. Ricominciò così un primo periodo difficile, poi il paese venne completamente rinnovato, sia nelle abitazioni che nelle strutture pubbliche, con la costruzione della nuova sede del Comune e delle scuole, ma anche di tutte le infrastrutture pubbliche.

La strada di accesso al paese, che aveva sostituito la vecchia mulattiera, venne provincializzata, mentre la nuova strada del Mortirolo è stata costantemente seguita, anche con interventi del Consorzio con i Comuni valtellinesi, che contribuirono a realizzare il grande piano Feoga negli anni settanta con la sistemazione delle strade, la ristrutturazione delle malghe e delle caserme. Gli interventi sugli acquedotti e le fognature, la sistemazione delle strade, ma anche la costruzione di parcheggi e del campo sportivo hanno dato un piacevole aspetto al paese.

Oggi, con le nuove e belle case e i tanti esercizi pubblici che offrono una valida accoglienza agli ospiti, Monno e Mortirolo sono diventati una meta appetibile da tanti villeggianti e turisti.

economia

L’arrivo dei monaci di Tours, dopo la donazione della Valle da parte di Carlo Magno nel 774, incise molto non solo sulla religiosità, ma anche nello sviluppo socio-economico della popolazione. Essi introdussero migliorie nell’agricoltura e svilupparono la coltivazione del castagno, che si dimostrò molto importante per ridurre la fame endemica anche a Monno.

Probabilmente la caccia, la pastorizia e l’allevamento del bestiame, uniti ad una povera agricoltura sono stati il supporto necessario per la vita dei monnesi fino a non molti anni fa. Grande importanza per l’economia locale hanno sempre rivestito i vasti pascoli attorno al paese, ma specialmente nella conca del Mortirolo, con le malghe comunali che d’estate hanno accolto tutto il bestiame del paese, ma anche forestiero. Un prestigio particolare hanno raggiunto gli allevatori di Monno dedicandosi prevalentemente alla selezione del bestiame di razza bruna alpina. Infatti, fino a quando non ha preso piede la tecnica della fecondazione artificiale, i torelli dei nostri allevatori erano molto richiesti sui vari mercati, come ad esempio quello di Rovato. Anche se il numero degli occupati, magari solo part-time, è molto diminuito, il settore mantiene ancora un peso come integrazione del reddito principale. Attualmente operano sul territorio cinque aziende agricole con un buon numero di bovini.

La produzione della tipica e rinomata patata dava sicuramente fino a pochi anni fa un valido apporto all’economia del paese, con la vendita dei tuberi per semina, richiesti tramite il Consorzio Agrario, che aveva contribuito a costruire in paese la “casa della patata”, distrutta durante la seconda Guerra Mondiale. Una ulteriore fonte di reddito era rappresentata fino a pochi anni fa dalla estensione dei boschi di conifere che, con la vendita annuale di lotti di legname, fornivano specialmente al Comune un importante gettito annuo.

Una parte degli abitanti era impegnata nell’artigianato e nell’edilizia locale. Gradualmente si è assistito ad una diminuzione dei lavoratori in proprio e di conseguenza sono invece andati aumentando quelli dipendenti, che però trovano occupazione specialmente fuori paese, con rientro giornaliero o settimanale. La maggiore incidenza quantitativa si verifica nel settore dei servizi pubblici e privati e nelle costruzioni.

Negli ultimi anni, la possibilità di continuare gli studi ha offerto a tanti di promuovere attività private, con l’apertura di studi tecnici o di imprese specializzate.

Purtroppo, per il calo delle nascite, si è gradualmente verificata una diminuzione sensibile della popolazione attiva, dei ragazzi in età prescolare e scolare, mentre sono aumentati i pensionati.

Una boccata d’ossigeno è stata offerta dal turismo, che ha registrato una crescita, grazie anche a un sensibile miglioramento degli esercizi pubblici e delle case private, con molti appartamenti ceduti in affitto ai villeggianti. Negli ultimi anni sono state edificate anche un buon numero di seconde case che però stanno risentendo della situazione economica non troppo favorevole. Considerevole invece è l’ospitalità garantita dagli alberghi situati in paese, a Iscla e in Mortirolo, dai ristoranti che accolgono i turisti con i particolari sapori dei tipici piatti locali, ma anche dagli agriturismi: strutture che assicurano accoglienza e possibilità di trascorrere giornate piacevoli in un ambiente rilassante, che offre anche la possibilità di godere di panorami suggestivi, sia in estate che in inverno.

Merita una segnalazione anche l’iniziativa denominata Ca’Mon proposta dal Comune con la Comunità Montana di attrezzare i locali dell’ex Asilo per accogliere gruppi di artisti che intendono realizzare opere legate alle attività di intreccio e tessitura, tipiche della nostra tradizione e che possano valorizzare le forme di artigianato locale.

Purtroppo il paese ha visto anche la perdita di alcune attività vocate al turismo, come la chiusura delle due case per ferie gestite dalle suore, che per oltre mezzo secolo avevano accolto villeggianti desiderosi di poter godere del soggiorno nella nostra località.

I pendii dei monti, le cascine, i sentieri, i prati e i campi ben curati, le santelle legate a episodi o a leggende lontane, le tradizioni e il folklore sono un patrimonio importante del nostro paese; meritano di essere tramandati anche alle future generazioni.